LA FABBRICA DEI CORPI
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PREFAZIONE
Esiste una sottile linea d'ombra dove l'orrore e il desiderio smettono di essere opposti e diventano la stessa cosa. È quella zona di transizione in cui i sensi si risvegliano non nonostante la presenza della morte, ma attraverso di essa.
Entrare nella "Fabbrica dei Corpi" significa spogliarsi dei tabù della civiltà e calarsi in un teatro naturale dominato dall'umidità, dalla terra e dalla trasformazione della materia. Thomas, giovane accademico impreparato alla forza eversiva della realtà, diventa la guida del lettore in questo viaggio sensoriale. Sotto la guida ipnotica della Professoressa Vance e nell'incontro con la sfrontata vitalità di Leo e Marcus, la scienza cessa di essere un freddo esercizio di misurazione per trasformarsi in un'esperienza carnevalesca, erotica e profonda.
Questa storia è un invito a guardare oltre la superficie delle cose, ad accettare che la vita, nei suoi slanci più sfrenati e inaspettati, trova sempre il modo di affermarsi proprio dove tutto sembra essere finito.
***
Il sole di mezzogiorno del Tennessee non perdonava mai.
Nella contea di Knox, l’estate trasformava l’umidità della valle in una cappa viscosa che si appiccicava alla pelle, ai vestiti e persino ai pensieri, ma all'interno del Center for Forensic Anthropology, noto a chiunque frequentasse il mondo della ricerca anatomica come "La Fabbrica dei Corpi", quel calore non era considerato un disagio meteorologico.
Per i suoi abitanti, era il motore primario dell'universo, la forza termodinamica che accelerava la vita, la morte e qualsiasi sfumatura stesse nel mezzo.
La Professoressa Zaira Vance camminava lungo il sentiero di ghiaia rossa con un’andatura fiera, quasi indolente.
Indossava un camice da campo in fibra sintetica completamente sbottonato sopra una canottiera nera che la fasciava come una guaina. Le sue braccia, toniche e slanciate, erano decorate da tatuaggi botanici e anatomici: un intricato groviglio di felci, strati muscolari scoperti e mosche della carne che sembravano muoversi sulla sua pelle a ogni passo.
Zaira non vedeva quel terreno recintato di oltre due acri come un cimitero o un laboratorio sterile. Per lei, la Fabbrica era un grande teatro sensoriale, un tempio all'aperto dove la carne compiva il suo ultimo, carnalissimo addio alla forma per ritornare materia pura.
Accanto a lei, steso a terra su un giaciglio naturale di aghi di pino, muschio marcito e argilla umida, giaceva il Soggetto 412. In vita era stato un distinto ragioniere di Knoxville con un’insospettabile passione per le salse grasse e il bowling. Ora, dopo quattro settimane di permanenza al sole, il Soggetto 412 si presentava come un capolavoro di cromatismi autunnali: sfumature tra il bronzo bruciato, il verde salvia e il viola prugna scuro.
«Guarda che splendore.» mormorò Zaira, accovacciandosi appena. Le sue ginocchia scricchiolarono leggermente, un suono secco che si confuse con il fruscio delle foglie.
Un metro più indietro, avvolto in una tuta Tyvek bianca che produceva un fruscio nevrotico a ogni minimo movimento, stordito dal calore e da una forma di ansia sensoriale del tutto nuova, c'era Thomas. ventisei anni, fisico slanciato da nuotatore, mascella squadrata e un paio di occhi azzurri sgranati dal terrore e dall'attrazione.
Thomas era il nuovo assistente specializzando, fresco di laurea a pieni voti, arrivato lì credendo di dover compilare tabelle excel e misurare indici di faunistica forense.
Non sapeva che lavorare con Zaira Vance significasse entrare in un vortice dove la scienza sfumava continuamente nell'ossessione erotica.
«Thomas, caro.» chiamò Zaira senza voltarsi. «Smettila di respirare come un mantice arrugginito. Vieni qui.»
Thomas mosse due passi incerti.
L'aria intorno al Soggetto 412 era densa, un profumo vischioso di terra ricca, humus, decomposizione avanzata e un retrogusto inaspettato di formaggio stagionato e vaniglia sintetizzata.
«Prima di concentrarci su 412» disse Zaira, alzandosi e prendendolo per un avambraccio, «hai bisogno di un excursus completo. Non puoi capire la poesia di un singolo stadio se non conosci la geografia dell'intera struttura. Vieni con me.»
Zaira guidò Thomas lungo il perimetro interno della Fabbrica, una passeggiata attraverso la mappa completa della decomposizione umana.
«La Fabbrica non è un luogo caotico.» spiegò Zaira, facendo scorrere la mano guantata di lattice lungo la rete metallica alta tre metri, sormontata da filo spinato per proteggere i soggetti dagli animali selvatici. «È divisa in micro-ecosistemi rigorosi. Guarda alla tua sinistra.»
Indicò una zona d'ombra densa, coperta da un fitto ginepraio. «Questa è la sezione degli anossici e sotterranei. Là sotto abbiamo corpi sepolti a varie profondità: da trenta centimetri, dove la fauna del suolo lavora con foga frenetica, fino a due metri, dove l'assenza di ossigeno e la pressione riducono tutto a un processo lento, quasi eterno. I soggetti sotterranei mantengono una freddezza e una compattezza tesa che trovo estremamente affascinante.»
Proseguirono lungo il sentiero fino a raggiungere una struttura in lamiera e cartongesso, simile al rudere di una piccola casa abbandonata.
«Sezione interni e confinati» continuò Zaira, ammiccando a Thomas. «Qui studiamo cosa succede quando la carne resta intrappolata. Corpi lasciati su moquette sintetica, sigillati in armadi, adagiati all'interno di intercapedini o dentro sacchi di plastica. Senza la brezza del bosco, i gas fermentano all'interno, creando tensioni superficiali pazzesche. I tessuti diventano tesi, rigidi, caldi... proprio come certi pensieri che stai facendo tu in questo momento.»
Thomas deglutì a vuoto. Sentiva il sudore scendergli lungo la colonna vertebrale, bagnandogli la fascia elastica degli slip sotto la tuta di protezione.
«E laggiù» disse Zaira indicando una serie di grandi vasche in plastica rigida e acciaio posizionate sotto una tettoia, «abbiamo gli acquatici e saponificati. Vasche di simulazione palustre, acqua dolce di fiume, acqua salmastra e persino fluidi stagnanti. L'acqua trasforma i grassi corporei in adipocera: sapone naturale. I corpi galleggiano tra le ninfee come sculture di cera morbida, lisce al tatto, scivolose...»
Zaira si fermò e si voltò di scatto verso Thomas.
L'ampia scollatura della sua canottiera nera si aprì leggermente, mostrando la pelle dorata del petto lucida di sudore.
«Capisci ora, Thomas? Questo non è un cimitero. È una fabbrica dove ogni elemento, la terra, l'aria, l'acqua, il metallo e il sole, si accoppia con la carne per creare qualcosa di completamente nuovo.»
Tornarono al Soggetto 412. Il calore delle due del pomeriggio era al suo picco.
«Bene.» disse Zaira, la voce che scendeva di un'ottava, diventando una carezza ruvida. «È l’ora del lavoro di precisione. Dobbiamo misurare la temperatura colica per calcolare la curva di raffreddamento post-mortem.»
Prese dal suo kit uno strumento in acciaio inossidabile: una sonda lunga trenta centimetri, lucida, con un display digitale in testa. La maneggiò con una lentezza esasperante, facendo scorrere i polpastrelli sul metallo freddo.
«Prendila.» comandò, porgendogliela.
Thomas allungò la mano guantata.
Le loro dita si toccarono. Il lattice contro il lattice creò un piccolo attrito sonoro, uno squit teso che inviò una scarica elettrica dritta al bacino del ragazzo.
«È un atto di penetrazione profonda, Thomas.» sussurrò Zaira, posizionandosi esattamente dietro di lui mentre lui si inginocchiava.
Zaira si chinò in avanti; il suo seno sodo pressò contro la schiena di Thomas attraverso i tessuti leggeri.
Il profumo di lavanda, fumo e formaldeide della donna avvolse completamente il ragazzo.
«Non puoi usare la forza bruta. I tessuti non più vascolarizzati offrono una resistenza diversa. Devi sentire il punto di cedimento. Devi assecondarlo.»
Thomas appoggiò la punta della sonda.
La sua mano tremava vistosamente.
«Fermo.» mormorò Zaira. La sua mano calda e coperta dal guanto si sovrappose a quella di Thomas.
Le dita di Zaira si strinsero sulle sue, guidando il polso con una fermezza ipnotica.
«Senti la pressione? Ecco. Adesso spingi. Deciso, ma con rispetto.»
Thomas guidò lo strumento. La sonda penetrò attraverso i tessuti con una sensazione di resistenza elastica. All'improvviso, l'accumulo interno di gas trovò una via di fuga lungo il canale d'acciaio.
Pfffffffft-pop.
Un sibilo lungo, caldo e acuto sfuggì dal Soggetto 412, facendo vibrare leggermente la sonda.
Thomas fece per ritrarsi per lo spavento, ma Zaira lo tenne bloccato contro di sé, premendo il proprio bacino contro le sue natiche con un movimento deliberato e ancheggiante.
«Non scappare.» gli mormorò all'orecchio, facendogli bruciare il padiglione auricolare con il suo alito caldo.
«Ti ha appena risposto. Ha rilasciato la sua energia. Non senti quanto è soddisfacente quando qualcosa di compresso trova finalmente il modo di aprirsi?»
Thomas era incapace di parlare.
Sotto la tuta Tyvek, la sua erezione si era sviluppata in modo prepotente, schiacciata contro la tela dura dei pantaloni da lavoro.
Zaira se ne accorse immediatamente; la sua mano libera scivolò lungo il fianco di Thomas, sfiorandogli l'inguine.
«Ventiquattro gradi e mezzo,» disse lei guardando il display con un sorriso sfacciato. «Ottimo lavoro, assistente. La tua penetrazione è stata impeccabile.»
La tappa successiva fu il settore delle mummificazioni aeree e confinate in veicoli.
Al centro di una piazzola priva di erba stazionavano tre automobili dismesse sotto il sole cocente.
Zaira aprì la portiera di una vecchia Ford Taurus del 1998.
Un'ondata di aria a sessanta gradi, carica di un aroma acre e, al contempo, dolciastro che ricordava il cuoio bruciato, il pepe nero e la carne essiccata, si rovesciò all'esterno.
Al posto di guida sedeva il Soggetto 508, un corpo essiccato dal calore la cui pelle era diventata pergamena scura e dura, tesa sulle strutture ossee del viso.
«Entra.» ordinò Zaira, infilandosi a metà sul sedile del passeggero.
Thomas si infilò dentro.
L'abitacolo era minuscolo, soffocante, un forno di lamiera e plastica. Si trovò bloccato spalla a spalla con Zaira. La canottiera della professoressa era ormai completamente bagnata di sudore, diventando quasi trasparente e rivelando i contorni netti dei suoi capezzoli turgidi per il calore e l'eccitazione.
«Senti che temperatura.» disse Zaira, afferrando la mano di Thomas e mettendola non sul cadavere, ma sulla propria coscia nuda, dove il pantaloncino da campo era risalito.
La pelle di Zaira era bollente, liscia, percorsa da un velo di sudore salato.
«Questo è l'effetto serra, Thomas. Tutto cuoce nel proprio succo. La carne elimina il superfluo e diventa pietra.»
Con un gesto imprevedibile, Zaira allungò il braccio e accese la radio della Taurus, collegata a un accumulatore esterno. Le casse gracchianti del 1998 esplosero a tutto volume con una canzone rockabilly sfrenata.
Zaira iniziò a muovere le spalle e il bacino a ritmo di musica, ridendo sguaiatamente nello spazio ristretto dell'auto.
«Balla con me, Thomas! Non fare il rigido!»
«Professoressa, siamo dentro un'auto con un mummificato!» urlò Thomas, ma la follia della situazione lo aveva ormai completamente travolto.
Zaira si girò, gli afferrò il collo con entrambe le mani e gli piantò sulla bocca un bacio affamato, profondo, selvaggio.
Le loro lingue si cercarono con rabbia, scambiandosi il sapore di sale, caffè e l'adrenalina pura di quel luogo bizzarro.
La mano di Thomas, persa ogni inibizione, scorse sotto la canottiera di Zaira, afferrandole un seno sodo e caldo, mentre lei emetteva un piccolo gemito contro le sue labbra.
Quando uscirono dall'auto, ansanti e con i vestiti sgualciti, il sole stava lasciando spazio a un crepuscolo arancione e viola.
Presso il cancellone principale del Recinto 2 comparvero due figure.
«Ecco la sezione Bio-Chimica.» disse Zaira, ricomponendosi con un gesto teatrale. «Il Dr. Marcus Thorne e il suo assistente Leo.»
Marcus era un uomo sulla quarantina, imponente, con una barba folta e scura, spalle larghe e due braccia robuste coperte di peli. Indossava una maglietta aderenza grigia che metteva in mostra pettorali scolpiti. Leo, il suo assistente, era più giovane, slanciato, con i capelli rasati ai lati, un piercing al lobo e un paio di occhi azzurri sfacciati che sprizzavano malizia.
«Zaira, mia cara!» tuonò Marcus, la voce baritonale che fece vibrare l'aria serale.
Si avvicinò e l'avvolse in un abbraccio potente, dandole una sberla giocosa sul fondoschiena che rimbombò nella radura.
«Ho sentito il Soggetto 412 cantare fin dal laboratorio!»
Leo, intanto, si avvicinò a Thomas.
Lo squadrò da capo a piedi con un sorriso sornione, facendo scivolare lo sguardo sulla tuta sbottonata del ragazzo e sul suo petto ancora arrossato.
«Quindi tu sei la nuova recluta?» disse Leo, la voce bassa e vellutata.
Tirò fuori un six-pack di birre ghiacciate da una borsa termica. «Hai l'aria di uno che è appena stato masticato e sputato dalla scienza.»
«Io... sto benissimo.» balbettò Thomas, accettando una bottiglia di vetro.
Si sedettero tutti e quattro sui gradini di legno del prefabbricato che fungeva da ufficio.
L'aria serale cominciava a rinfrescare, ma la presenza di Leo al fianco di Thomas manteneva la temperatura altissima.
Leo si sedette in modo che la sua coscia fosse completamente stampata contro quella di Thomas.
«Sai, Thomas» disse Leo, stappando la birra con i denti e facendo un sorso lungo mentre fissava le labbra del ragazzo, «Zaira è fantastica per la teoria, ma per la pratica servono mani diverse. Mani che sanno esattamente dove trovare i punti di tensione.»
Allungò una mano e, con un gesto del tutto naturale ma incredibilmente audace, appoggiò le dita sulla coscia di Thomas, facendole scorrere lentamente verso l'alto, fino a sagomare il profilo rigido dell'erezione che Thomas non era ancora riuscito a far scendere.
Thomas bloccò il respiro, ma non si mosse di un millimetro.
Marcus e Zaira, notando la scena, si scambiarono un'occhiata carica di intesa.
Marcus si alzò, afferrando Zaira per la vita e sollevandola di peso.
«Noi andiamo nel laboratorio centrale a controllare dei campioni di terreno.» disse Marcus, baciando Zaira sulla gola mentre lei gli intrecciava le gambe attorno ai fianchi. «Ci servirà tutta la notte per le nostre... analisi approfondite.»
I due sparirono all'interno dell'edificio, lasciando la porta socchiusa da cui giungeva il rumore degli aspiratori e la luce soffusa dei microscopi.
La notte scese completa sulla Fabbrica dei Corpi, illuminata soltanto dalla luna piena e dalle luci di sicurezza che proiettavano ombre lunghe tra gli alberi.
Leo si alzò e prese Thomas per mano. La sua presa era calda, sicura, priva di esitazioni. «Vieni con me. Ti mostro la zona più bella.»
Lo guidò nel recinto degli scheletrizzati, dove le strutture ossee ormai pulite giacevano adagiate sulla terra o sul muschio. Si fermarono sotto la piattaforma di legno utilizzata per le fotografie dall'alto.
Leo spinse delicatamente Thomas contro uno dei pali di sostegno.
Con gesti rapidi e precisi, gli sfilò la tuta Tyvek e gli sbottonati la camicia, lasciandolo a torace nudo sotto la luce della luna.
«Sei incredibile, Thomas.» mormorò Leo, avvicinando il viso al suo petto.
Iniziò a leccargli i capezzoli, alternando morsi leggeri a suzioni profonde che fecero sfuggire a Thomas un lungo gemito.
Le mani di Leo scesero alla cintura dei jeans di Thomas.
Sganciò la fibbia con uno scatto metallico e tirò giù pantaloni e slip in un unico movimento, liberando il membro del ragazzo, turgido, pulsante e pronto.
Senza un attimo di esitazione, Leo si inginocchiò sulla terra battuta.
Guardò Thomas negli occhi per un secondo, con un sorriso sfacciato, e poi avvolse la lunghezza del ragazzo con le labbra calde e bagnate.
Thomas chiuse gli occhi e lasciò cadere la testa all'indietro contro il palo di legno.
Il contrasto tra l'ambiente circostante, il silenzio solenne delle ossa bianche immerse nella natura, e la sensazione carnale, travolgente della bocca di Leo che lo lavorava con un ritmo perfetto e spietato era quasi troppo da sopportare.
Leo muoveva la testa con maestria, usando la lingua lungo il filetto e spingendosi profondo nella gola, mentre con una mano massaggiava con forza i testicoli di Thomas.
«Dio, Leo...» mormorò Thomas, le sue dita aggrovigliate nei capelli rasati del ragazzo.
Il piacere montò come una marea incontrollabile.
Thomas iniziò a spingere con il bacino incontro alla bocca di Leo, travolto da un'estasi pura. Quando l'orgasmo esplose, fu una scossa elettrica che gli percorse tutto il corpo: Thomas cacciò un grido soffocato nella notte, venendo abbondantemente nella bocca di Leo, che accolse ogni singola goccia del suo seme senza staccarsi di un millimetro.
Leo inghiottì con lentezza, rialzandosi poi per pulirsi le labbra con il dorso della mano. Si sporse verso Thomas e lo baciò profondamente, facendogli assaggiare il suo stesso sapore in uno scambio denso, intimo e senza vergogna.
Poco lontano, dal laboratorio centrale, giungeva il suono ritmico, metallico e costante del tavolo d'acciaio su cui Marcus e Zaira stavano celebrando la loro personale, rumorosa sessione di anatomia viva.
Thomas, appoggiato al palo di legno con il cuore che gli batteva a cento al minuto e la pelle coperta di sudore fresco, guardò Leo che gli sorrideva nella penombra. In quel luogo dedicato allo studio della fine della vita, Thomas aveva appena scoperto quanto potesse essere bello, strano, anormale e spaventosamente elettrizzante sentirsi completamente vivi.
Vacca 24
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